IL FILM DI QUESTO MESE
LA PANTERA ROSA

titolo
originale: The
Pink Panther
origine e
data:
Usa 2006
colore e
durata:
col. 93
min.
genere:
commedia
produzione:
Toby Jaffe, Tom Pollock, Ivan Reitman e Robert Simonds per The
Montecito Picture Company, Mgm, Robert Simonds Productions,
International Production Company.
distribuzione:
20th Century Fox Italia (2006)
regia:
Shawn Levy
attori:
Steve Martin, Kevin Kline, Jean Reno, Emily Mortimer, Henry
Czerny, Beyoncé Knolews, Roger Rees, Kristin Chenoweth, Philip
Goodwin, Henry Garcin, William Abadie.
sceneggiatura:
Len Blum,
Steve Martin
fotografia:
Jonathan Brown
montaggio:
George Folsey Jr., Brad E. Wilhite
musiche:
Christophe Beck – “Tema della Pantera Rosa” di Henry Mancini
scenografia:
Lilly
Kilvert
costumi:
Joseph G. Aulisi
effetti:
Steven Kirshoff, Ray McIntyre Jr., Pixel Magic
Trama:
L'ispettore
Jacques Clouseau è chiamato ad investigare su due diversi
eventi: la sparizione del leggendario diamante chiamato 'Pantera
Rosa' e la morte del suo proprietario, il celebre allenatore
della nazionale francese Yves Gluant. Insieme al nuovo
assistente, Gilbert Ponton, e alla devota segretaria Nicole,
l'ispettore Clouseau porta avanti le indagini tra Parigi e New
York arrivando a circoscrivere i
sospetti su tre principali indiziati...
Hanno detto…
"Protagonista di una saga comica tra le più popolari di tutti i
tempi, l'ispettore Clouseau nel primo 'Pantera Rosa' era un
personaggio secondario, poi divenne il protagonista di altri sei
episodi. Tutto merito di Peter Sellers, delle sue geniali
improvvisazioni e dell'identificazione totale che l'interprete
innescò con il goffissimo poliziotto francese. Dopo Sellers, il
cinema ci ha provato altre due volte, affidando il ruolo ad Alan
Arkin (risultato fallimentare) e attribuendo a Clouseau un
figlio, il nostro Roberto Benigni (risultato mediocre). Nel
raccogliere la difficilissima sfida, il bravo Steve Martin ha un
po' peccato d'orgoglio: il confronto era impossibile. Ma,
almeno, ha avuto il buon senso di non mettersi in competizione
con Sellers, elaborando l'ispettore in una declinazione
caricaturale diversa da quella del maestro e facendone un
one-man-show nel registro del personaggio inetto senza speranza
di redenzione. Di riuscito, soprattutto, c'è l'abbinamento di
Martin con i due secondi ruoli di poliziotto. Jean Reno, che
sostituisce Cato, la vecchia 'spalla' di Sellers; ma ancor di
più l'ottimo Kevin Kline, per un misurato Dreyfuss. Suggestiva
Beyoncé, nel piccolo ruolo di una popstar." (Roberto Nepoti, 'la
Repubblica', 24 marzo 2006)
"Non facciamo gli schizzinosi. E' vero: 'La pantera rosa' è una
delle serie più amate e longeve della storia del cinema comico.
E' certo: Peter Sellers non è solo insostituibile, è unico.
Anche se nel lontano 1963, scelto all'ultimo momento per
sostituire Peter Ustinov, nel film che avrebbe dato il titolo
alla serie non era nemmeno il protagonista, ruolo assegnato
invece al sempre impeccabile David Niven. Eppure il grande
comico inglese prese questo imbranatissimo ispettore francese e
ne fece un capolavoro di follia e sotterranea perfidia, un
imbecille pomposo, incapace e assolutamente catastrofico, un
caso clinico ma così umano, inetto e disgustosamente fortunato,
da risultare irresistibile. Dopo Sellers (e i suoi
affiatatissimi comprimari, primo fra tutti l'ispettore Dreyfus
interpretato da Herbert Lom) nessuno sembrava in grado di
prendere il testimone. Nemmeno Roberto Benigni, diretto per
giunta dal grande Blake Edwards, il creatore della serie, riuscì
a ridare vita a un personaggio che sembrava consegnato per
sempre a un cinema e una comicità tramontati. Eppure Steve
Martin, Kevin Kline (Dreyfuss) e un sorprendente Jean Reno,
fanno un piccolo miracolo. Questo nuovo Clouseau, un poco virato
in zona Tati, un Tati postmoderno, meno lunare, più impastato di
goffaggine e fisicità, è un degno erede dell'originale. Un erede
tendente vagamente al surreale, che in fondo è il registro
naturale di un comico non sempre facile come Steve Martin, ma
anche capace di affrontare con piglio deciso il lato più
demenziale del personaggio. Altra buona sorpresa, la regia
pulita di Shawn Levy ('Una scatenata dozzina', 'Oggi sposi...
niente sesso'), che non indulge in effettini o effettacci, anche
se il doppiaggio inspiegabilmente involgarisce un poco i
dialoghi e perde per strada alcuni dei giochi verbali più tipici
dei vecchi film, peraltro popolarissimi grazie ai dvd. Il più
sacrificato di tutti risulta stranamente Kevin Kline, costretto
a giocare di rimessa con la solita eleganza, ma privo di grandi
opportunità comiche. Mentre Martin è impagabile sia nelle gag a
sorpresa, che nei tormentoni. Ma la vera sorpresa resta forse
l'imbambolato agente Ponton di Jean Reno, pallido, attonito, i
capelli appiccicati sul cranio, ma sempre prontissimo a reagire
alle aggressioni rituali del suo superiore, così come a
sfrenarsi con lui in un esilarante numero di danza en
travestiti... da tappezzeria, per non dar troppo nell'occhio.
Niente di trascendentale nell'insieme, ma una piccola sorpresa
vagamente rétro in un cinema comico avaro di rivelazioni."
(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 marzo 2006)
"Il soggetto rivisita il primo episodio (anno di grazia 1963),
ma la nuova sortita de 'La pantera rosa' aspira ad evocare lo
spirito dell'intera serie. Un compito temerario, perché il mix
tra commedia sofisticata e farsa scatenata realizzato da Blake
Edwards - almeno per noi inflessibili devoti - non potrà mai
prescindere dal carisma del divino Peter Sellers. Tralasciando i
paragoni impossibili si può, comunque, ammettere che l'ispettore
Clouseau riciclato da Steve Martin conserva una sua dignità e
propone una sua originalità, contrariamente a quanto è accaduto
in occasione della sciagurata performance di Benigni ('Il figlio
della Pantera Rosa'): il comico americano, in qualche modo emulo
di Tati, vira al surrealistico e all'esistenzialistico, ma non
rinuncia certo a tirare le corde demenziali che caratterizzano
l'illogica concezione del mondo del longevo personaggio. La
fedeltà, del resto, non può che pagare e l'onesto artigiano
Shawn Levy in cabina di regia non si fa pregare nel rendere
felici i fans con una pioggia di citazioni, oltretutto
facilmente riscontrabili grazie ai dvd e alle tv: il
catastrofico detective è sopravvissuto a tante mode e ormai
occupa un posto fisso nel pantheon delle maschere moderne. (?)
Spiccano, nel buon assortimento di comprimari, il come sempre
affidabile Kevin Kline (il capo della polizia) e soprattutto
Jean Reno, che costruisce sulle spettrali fattezze dell'agente
Ponton un piccolo capolavoro di atrofia fisica, espressiva e
psicologica. Perse per strada alcune delle storpiature verbali
tipiche dei classici, 'La Pantera Rosa' riesce quantomeno a
preservare il blend affabile e vecchiotto della serie;
riagguantandone qua e là anche l'esplosiva forza comica, come
nell'esilarante sequenza dell'approccio con la sexy cantante
Beyoncé." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 25 marzo 2006)
"E' nuova e antica, uguale e diversa, metafisica e concreta come
un incrocio fra Keaton e Ridolini, tra la comica del muto e
l'Uomo ombra, questa divertente 'Pantera rosa' che torna in
omaggio alla memoria non di un solo film - anche se il soggetto
del diamante rubato viene proprio dal primo episodio del '63,
nella mondana Cortina - ma del serial comico più popolare della
storia del cinema. Quello che ci ha fatto ridere per 20 anni
grazie allo staff delle meraviglie: il grande humour swing di
Blake Edwards, l'arte inimitabile di Peter Sellers, il disegno
animato amatissimo della pantera di Fritz Freleng, che lascia
orme sui titoli di testa, la musica del compianto Henri Mancini.
(...) Non tutti i gag sono allo stesso livello, alcuni essendo
prevedibili e previsti come da copione, ma spesso il meccanismo
funziona naturalmente e si ride, specie quando la connivenza con
il cartoon si fa determinante e il travestimento da tenda e
tappezzeria è esemplare nel tempismo comico. (...) Funziona
benissimo la sintonia del cast, non c'è scena che non abbia il
suo gag, non c'è volta che Clouseau non guidi o parcheggi la sua
Smart bicolore senza far danni catastrofici alle persone e alle
cose, specie i ciclisti (eppure ci si casca ogni volta) e la
trovata intermittente del mappamondo che rotola ha effetti
contagiosi. Le citazioni sono ottime e abbondanti, da tutto il
repertorio slapstick del muto all'agente 006 con le sue prodezze
da casinò al finale ospedaliero che ricorda quel pazzo pazzo
mondo. E durante l'approccio con la bella pop star Beyoncé
Knowles, nel ruolo di una bella pop star sospetta, Martin, che
oggi ha il cellulare, fa del suo peggio-meglio in un crescendo
di situazioni usa e getta che si concludono in un trionfo
ossimoro di logica illogica che un regista artigiano come Levy
controlla con tempismo e molta simpatia. Ma il tutto non
scatterebbe senza la presenza preziosa e incalcolabile di Steve
Martin, forza della natura comica, con l'occhio che fugge in
avanti e quell'impassibile voglia di stupire, confinante anche
con un lato intellettual-esistenziale, quasi beckettiano, di
Clouseau: se fosse intelligentissimo ma non avesse voglia di
dimostrarlo?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 marzo
2006)
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